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Balbuzie emotiva

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Le emozioni amplificano il blocco; l'origine sta altrove, e questo cambia tutto. Ti si stringe lo stomaco mentre aspetti il tuo turno, il cuore ti batte nelle orecchie, le mani si fanno fredde, e la parola che devi dire, il tuo nome, l'ordine al bar, il buongiorno in riunione, è già lì, ferma in gola, prima ancora che tu apra bocca. Poi torni a casa, sei solo, e quella stessa parola esce liscia. Se ti riconosci, probabilmente hai scritto su Google «balbuzie emotiva», e hai trovato risposte che si contraddicono: c'è chi ti dice che la balbuzie nasce dalle emozioni, e chi ti dice che le emozioni c'entrano poco. Io balbetto da quasi cinquant'anni, e queste due versioni le ho sentite sulla pelle molto prima di leggerle. Cosa significa balbuzie emotiva Balbuzie emotiva è un'espressione di uso comune, senza un posto nelle diagnosi ufficiali, dove si parla di disturbo della fluenza con esordio nell'infanzia. È il nome che le persone danno a ciò che nota...

Il metodo funzionava. Solo in quell'aula.

 A 25 anni ho pagato un corso per smettere di balbettare. Dopo poche ore di prova, niente si inceppava. Parlavo liscio come l'olio. Poi è finito luglio. La sera in cui ho scritto un numero su un foglio Quel giorno avevo salutato mio padre per l'ultima volta. A casa ho acceso la televisione per rompere il silenzio. Scorrevo i canali senza vedere, finché ho sentito una parola: «balbuzie». Era un talk show. Un ospite diceva di aver trovato un metodo per aiutare chi balbetta. In tutta la mia vita non avevo mai sentito quella parola in televisione. Sono rimasto fermo con il telecomando in mano, anche durante la pubblicità, ad aspettare un numero. Alla fine ho strappato un pezzo di carta e l'ho scritto. La mano era ferma. Per la prima volta vedevo una via d'uscita, proprio nel giorno dell'ultimo saluto. Ho pensato che me l'avesse indicata lui. Il giorno dopo ho chiamato. Un seminterrato a Milano Qualche mese dopo ero in un palazzo alto, in centro. L'aula e...
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 Ho tre anni, forse quattro. Conosco la parola. La so, esattamente come la sto scrivendo adesso. Eppure resto lì, bocca aperta, aria che non trova la strada. Mio padre mi guarda e mi dice la frase che ho sentito ripetere per i vent'anni successivi: "Stai calmo. Respira. Ripeti piano." L'ho creduto anch'io, per decenni. Se mi blocco, sono agitato. Se sto calmo, parlo. Semplice, e abbastanza colpevolizzante da farmi pensare che il problema fosse un difetto mio di carattere. Un articolo scientifico che ho letto di recente racconta una storia diversa. E cambia quello che pensavo di sapere sul momento esatto in cui la parola si ferma. Un cavo, non un cervello rotto Per anni la ricerca ha cercato un "cervello rotto" in chi balbetta: un pezzo danneggiato, un'anomalia diffusa. Uno studio con la risonanza magnetica ha messo a confronto trenta adulti che balbettano e ventidue persone che parlano senza difficoltà. Ha guardato le grandi "strade...

Ho passato quasi 50 anni a inseguire un obiettivo sbagliato

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  Un ricercatore della New York University ha appena scritto nero su bianco quello che ho impiegato quasi cinquant'anni a capire da solo. Fiere di Parma. Una sala da tremila persone, schermi ovunque, la scritta (R)EVOLUTION ripetuta su ogni banner. Il formatore ci chiede di scrivere il nostro "perché". Dieci minuti, poi condivisione con chi ci sta vicino. Io e la parola scritta abbiamo una storia complicata quanto io e la parola parlata. Quel giorno il problema era diverso dal solito: non dovevo trovare le parole. Dovevo solo lasciarle uscire. Quasi cinquant'anni. I blocchi, le esitazioni, le stanze dove riuscivo a parlare e il fuori dove tornavo quello rotto. In mezzo a tremila persone che scrivevano, con il rumore delle penne sui fogli, ho capito una cosa che nessun logopedista, nessun corso, nessuna terapia mi aveva mai detto in modo così chiaro: Anche se non parlo perfettamente, non mi interessa. Le persone mi ascoltano lo stesso. Il mio foglio è rimasto bian...